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In ricordo della prof.ssa Giovanna Somma

Il testo dell’omelia pronunciata durante le esequie dal prof. Francesco Machì

Utente PAPC11000Q

da Papc11000q

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La comunità scolastica si è stretta, con profonda commozione, attorno alla famiglia della prof.ssa Giovanna Somma, venuta a mancare improvvisamente mentre svolgeva il suo lavoro di docente.

In occasione delle esequie, celebrate il 17 aprile, il prof. Francesco Machì, docente di Religione del nostro Istituto, ha pronunciato un’omelia intensa e partecipata, capace di restituire il valore umano e professionale della collega, nonché il segno lasciato nella vita di studenti e colleghi.

Pubblichiamo di seguito il testo integrale dell’intervento

17 Aprile 2026

Cari familiari, amici, studenti, colleghi,

ci riuniamo oggi per salutare Giovanna, una donna che ha speso la sua vita tra i libri e i banchi di scuola, testimoniando che la letteratura non è un esercizio sterile, ma una chiave per decifrare il mistero dell’uomo.

Chi ama Pirandello, come lei lo ha amato e insegnato, sa bene che la vita spesso ci appare come un gioco di specchi. Il grande scrittore agrigentino ci ha insegnato che ognuno di noi indossa, volente o nolente, delle “maschere”: quella del ruolo sociale, quella che gli altri ci cuciono addosso, quella che noi stessi usiamo per proteggerci.

Ma oggi, davanti a questo altare, la prospettiva cambia. Se Pirandello ha saputo narrare con impareggiabile lucidità il dramma dell’incomunicabilità umana e la fatica di trovare una verità assoluta nel mondo, la Parola di Dio che abbiamo ascoltato ci offre una risposta a quel tormento.

Insegnare Pirandello significa educare i giovani a non accontentarsi delle apparenze. Giovanna ha insegnato ai suoi studenti a guardare “oltre”, a cercare la verità dietro la forma. San Paolo ci dice: “Ora vediamo come in uno specchio, in modo oscuro; ma allora vedremo faccia a faccia” (1 Cor. 13,12).

Ecco il traguardo di Giovanna: oggi lei depone ogni maschera. Davanti al Signore non c’è più bisogno di difese o di interpretazioni. Dio la guarda e la riconosce nel suo nome più vero, quello che nessun personaggio letterario può contenere: amica, sorella.

Pirandello parlava spesso della sofferenza dell’esistere, di quella “pena” di sentirsi intrappolati nelle convenzioni. La fede cristiana non nega questa fatica, ma la abita. Gesù sulla croce ha vissuto l’abbandono e l’ingiustizia, ma lo ha fatto per dirci che nessuna solitudine è definitiva, che non siamo chiamati a vivere da soli.

Giovanna sapeva che la letteratura pone domande, ma la fede offre un approccio diverso: non una soluzione intellettuale, ma una Persona, Cristo, il Signore risorto che ci prende per mano quando il sipario cala e ci chiede una fede operosa. Questo lo aveva capito abbracciando la comunità di Sant’Egidio, nel servizio verso i dimenticati della nostra città.

Essere insegnante è stato per lei un modo per “strappare lo strappo nel cielo di carta”, come si dice ne Il fu Mattia Pascal. Ha aiutato generazioni di studenti a capire che la realtà è più profonda di ciò che appare. Questo è un atto di amore profondo: mostrare agli altri che la vita ha un senso, anche quando sembra un labirinto di specchi che talvolta deformano perfino la realtà.

Oggi chiediamo al Signore che Giovanna possa finalmente godere di quella luce pura che non conosce ombre né recite. Lei che amava il canto, il cinema, il teatro, possa scoprire che, oltre le “centomila” versioni di sé, c’è l’una verità: l’amore di Dio che l’ha creata e che oggi la riabbraccia.

Il sipario di questa vita terrena si chiude, ma per chi crede questo è solo l’inizio del vero atto, quello in cui non servono più parole scritte, perché parlerà l’Amore, faccia a faccia.

Ci mancherà, mi mancherà quel modo tutto suo di chiedermi: “fanciullo come stai?”; ci mancherà il suo essere pasticciona con il computer (che tanto faceva disperare il prof. Casella, per poi riderci sopra), il suo atavico ritardo, la sua figura minuta quasi schiacciata sotto il peso delle borse piene di compiti da correggere e libri da consultare.

I suoi inviti al bar, lei con le sue brioche senza glutine e la bevanda al ginseng; non facevi mai in tempo a pagare perché diceva alla cassa: “non si faccia pagare, pagherò io”.

Ai suoi e miei allievi, mi permetto di dare solo un consiglio: non sciupate e non dimenticate quanto la prof.ssa Somma vi ha consegnato, sapendo che l’unico modo di non soccombere nella nostalgia è passare dal rimpianto dell’assenza alla gioia della gratitudine.

È vero, come ha scritto una collega, stiamo vivendo un annus horribilis, ma Seneca, nel De Brevitate Vitae, chiarisce che la vita non è breve: siamo noi a sprecarne gran parte in occupazioni inutili. Una vita compiuta non si misura dal numero di anni, ma dalla saggezza con cui è stata vissuta.

E noi tutti siamo qui oggi per dire a Giovanna il nostro grazie per esserci stata nella nostra storia, fragile ma piena di cose vere, di parole non dette ma di pensieri carichi di affetto.

Concludo con il suo ultimo messaggio rimasto impresso in una lavagna, con del gesso bianco:

A mano a mano ti accorgi che il vento
Ti soffia sul viso e ti ruba il sorriso
La bella stagione che sta per finire
Ti soffia sul cuore e ti ruba l’amore

E a mano a mano vedrai che nel tempo
Lì sopra il suo viso lo stesso sorriso
Che il vento crudele ti aveva rubato
Che torna fedele, l’amore è tornato da te.

Francesco Machì